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La nuova disciplina della prescrizione tra populismo e garanzie costituzionali: una riforma che necessita un ripensamento!

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antique-watch-clock-hour-hourglass-277361Lo scorso 1° gennaio è entrata in vigore la nuova disciplina della prescrizione (art. 159 c.p.) introdotta dalla Legge n. 3/2019 (c.d “riforma Bonafede”) che sancisce il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado o del decreto penale di condanna, per cui la stessa non potrà più maturare nei giudizi di appello e di cassazione.

Ricordiamo che l’istituto della prescrizione è una delle cause di estinzione del reato e, nello specifico, basata sul decorso del tempo senza che dalla commissione del presunto fatto-reato sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna (fatta eccezione per i reati puniti con la pena dell’ergastolo, che sono imprescrittibili).

Il tempo necessario a prescrivere (che decorre dalla commissione del reato) è determinato in base alla pena massima edittale prevista per ciascun reato; tale termine in ogni caso non può essere inferiore a 6 anni in caso di delitto e a 4 anni in caso di contravvenzione.

La ratio di tale istituto è quella di assicurare la ragionevolezza e la proporzionalità della pretesa punitiva dello Stato, contenendola entro precisi limiti temporali.

Ciò risponderebbe da un lato a ragioni di opportunità, che suggeriscono di rinunciare a perseguire reati risalenti nel tempo; dall’altro a esigenze di garanzia, volte ad evitare che un soggetto indagato/imputato si trovi esposto al potere punitivo dello Stato per un tempo non prevedibile; si aggiunga poi l’inutilità di infliggere una sanzione dopo molti anni dalla commissione del reato, anche alla luce della funzione rieducativa che riveste la pena nel nostro ordinamento.

Con la citata riforma, il legislatore, con l’obiettivo di rendere più efficiente il sistema giustizia, ha inteso ridurre il numero dei reati prescritti a causa della lentezza dei processi bloccando definitivamente il corso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado (di condanna o di assoluzione) o il decreto penale di condanna, rendendo, nella sostanza, il reato imprescrittibile dopo tale atto processuale.

Contro il nuovo meccanismo della prescrizione si sono sollevate aspre critiche da parte della maggioranza degli operatori del diritto (oltre che da diverse forze politiche) che mettono in luce le gravi implicazioni che una simile riforma avrà sui diritti costituzionali dei cittadini, tra cui quello della ragionevole durata dei processi.

Nel momento in cui si prevede che un reato sia imprescrittibile si prevede anche la possibilità che il processo non abbia mai fine, per cui un cittadino sottoposto ad un procedimento penale si troverebbe nella situazione di non poter conoscere entro quale termine si concluderà il processo e per quanto tempo dovrà sottostare alla minaccia di una condanna; ciò potrebbe altresì determinare, in caso di condanna, l’applicazione di una pena a distanza di moltissimi anni dalla commissione dell’accertato reato, con la conseguenza, da un lato, di non garantire la certezza ed effettività della sanzione, dall’altro di “paralizzare” la vita della persona sottoposta a processo non permettendogli, nell’incertezza della pena, di programmare liberamente la propria esistenza.

A ciò si aggiunga che i dati statistici diffusi dal Ministero della Giustizia nel 2018 hanno evidenziato come nell’anno 2017 i procedimenti penali definiti mediante prescrizione rappresentino il 9,4% e, tra questi, nel 75% dei casi la prescrizione è maturata entro il primo grado di giudizio, mentre nel restante 25% dei casi è maturata nel giudizio di appello e solo in minima parte in cassazione.

Appare chiaro come la “nuova disciplina della prescrizione” se, da un lato, si scontra con quelli che sono i principi costituzionalmente garantiti che presiedono al nostro ordinamento (tra cui il diritto ad un giusto processo), dall’altro, non pare porre alcun rimedio alle reali criticità ed inefficienze del sistema giudiziario penale.

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